Cronache, Oman 7

L’Omanizzazione Comincia dal Profumo

La mia prima mattina in Oman è iniziata come sapete, con i muezzin che intonavano il richiamo alla preghiera dalle moschee dislocate nel quartiere. Poi mi sono addormentata, per svegliarmi di lì a poco con un forte profumo di incenso che invadeva la mia camera da letto: un profumo intenso e penetrante, lo stesso che fuoriesce dal turibolo fumigante che il prete usa oscillarci sotto il naso durante le liturgie nostrane. Prima la moschea, ora la chiesa: che il Paese tolleri le varie religioni l’abbiamo visto, ma che queste mi seguano fin dentro casa mi pare sospetto. Decido di indagare.

Ancora in pigiama, comincio a seguire la scia odorosa discendendo con passi felpati l’immenso scalone che collega la mia camera da letto al lussuoso salone al piano terra.

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E’ una bella casa, quella della famiglia omanita che mi ospita, ampia e piena di sole. Peccato che stia cadendo a pezzi. Dalle nostre parti, per risparmiare, la famiglia si stipa baldanzosa sull’auto il sabato mattina per dirigersi all’Outlet Village sognando sconti (improbabili) e acquisti (inutili). Qui, ci si imbarca su un aereo per la Cina e si va ad acquistare i mobili per l’intera casa, che poi vengono spediti nel Medio Oriente con un container. “Certo” mi dicono entusiasti “sai quanto si risparmia? Più della metà di quanto li pagheremmo in Oman!”. Certo: ma la qualità? Questa casa ne è un esempio: tutto, dalle lampade ai tappeti, passando per i letti, la cucina e il bagno, è stato acquistato durante uno di questi viaggi-affare in Cina. Il risultato? Le ante degli armadietti ti stanno in mano, i pomelli si svitano, i cuscini si sfaldano: alla fine, il viaggio-affare si è rivelato un viaggio-fregatura. Con buona pace del Made in China.

E ora eccomi qua, intenta a scoprire l’origine di questo profumo che avvolge i tre piani della casa come la nebbia di Torino a novembre. Il mistero sta lì di fronte all’uscio di casa: una delle figliole di famiglia, tale Mizna di anni ventisei e di corporatura robusta,  mi appare immobile con il mantello nero alzato, e tra le scarpe zeppate tacco 12 svetta un incensiere dal quale si innalza un fumo dall’aroma intenso e dolciastro.

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Chiedo spiegazioni, e prima di finire di parlare mi ritrovo con l’incensiere sotto la maglietta del pigiama, tossendo e con le lacrime agli occhi: il profumo mi invade narici e pori della pelle, e non mi abbandonerà per tutto il giorno. Tocco finale: una spruzzata dell’ultimo profumo di Christian Dior e via in ufficio. Mistero risolto, dunque: in Oman non si esce di casa se non si lascia una scia di almeno due chilometri di profumo penetrante.

Il rito del profumo caratterizza gli omaniti senza distinzione di sesso: per strada o in una banca, all’ospedale o al fast-food, è usuale essere sfiorati da dishdasha o chador svolazzanti, dai quali si sollevano profumi di incenso, ambra, sandalo e Chanel. Sacro e profano ad omaggiare l’olfatto dei passanti. Ieri ero a pranzo con due amici omaniti tali Abdul e Amir, e quando uno dei due mi ha accompagnata a casa, prima mi ha chiesto scusa se il suo macchinone superlusso bianco splendente non fosse abbastanza pulito (aveva un impercettibile dito di polvere sul parabrezza); poi, una volta salito sulla superlusso col suo dishdasha immacolato, ha lanciato il turbante sul sedile posteriore (allora è vero che è fastidioso),  dato due spruzzi di un profumo tascabile che teneva sul cruscotto (“Scusa se la mia macchina non è abbastanza profumata, l’ho fatta lavare solo ieri”), controllato che l’Arbre Magique locale profumasse a dovere, per poi sfrecciare con delicatezza ai 140 Km all’ora sull’autostrada il cui limite è 120, scusandosi per la polvere (inesistente) “ma pensavo che al parcheggio ci fosse quello che la pulisse e invece non c’era”.

Ovunque si parcheggi, a Muscat c’è sempre un pachistano o un indiano pronto a lavarti la macchina. Tu vai al bar o al supermercato con l’automobile lurida, e quando torni te la ritrovi lucida come la testa di Yul Brinner. Una ragazza del posto mi ha confermato la passione degli omaniti per tutto ciò che è splendente e brillante: arrivando da cinque mesi nel Sud-Est Asiatico, tutta questa pulizia mi appare fastidiosa, come se il lucidare e profumare ciò che sta fuori (macchine, pelle, vestiti) debba occultare del sudiciume di altra natura. Indagheremo (qui ci si sta specializzando in investigazioni).

In ogni luogo in cui mi insedio, il mio livello di adattamento e omologazione ai costumi locali può ritenersi raggiunto quando smetto di cercare prodotti conosciuti (possibilmente italiani) nei supermercati, per cominciare a girare nei negozi per gente del posto, in cerca di occhiali neri enormi finti Rayban – ma senza lenti – e ombrelli parasole (Cina), maglie scollatissime e scarpe col tacco (Albania) o una sciarpa nera per coprirmi i capelli (Iran – ma qui l’omologazione era guidata dall’alto). L’apice l’ho raggiunto in Cambogia, quando ho cominciato a girare con guanti, foulard, calze e mascherina per evitare l’abbronzatura come una perfetta cambogiana. In Oman, un profumo non l’ho ancora acquistato (sarà che il famoso profumo Amouage – confezionato in Oman – costa 150 euro la boccetta da 30ml), ma il kit di incensi per profumare casa e vestiti sì.

La base è il franchincenso, una resina un tempo preziosa come l’oro, il cui nome indica appunto essere il vero (franco) incenso, e nota anche come olibano, dal nome arabo al-lubán (il latte).

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Al franchincenso profumatissimo viene aggiunta un’altra resina o una mistura di erbe (mirra, sandalo) che, quando accese, leveranno nell’aria volute di fumo profumato, soave e avvolgente, che è l’aroma caratteristico dell’Oman, quello che ti porterai in valigia fino a casa.

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E’ il profumo intenso dei souk e delle case, degli uomini e delle donne di questa terra affascinante avvolta di pace, benessere e un pizzico di mistero.

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Ecco il kit completo:

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Il mio processo di omanizzazione è dunque iniziato. E voi, da cosa vi accorgete di aver assorbito (volenti o nolenti) vizi e virtù degli abitanti del luogo in cui siete andati a vivere?

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7 Comments

  • andre says: 16/01/2013 at 08:35

    Dear Sunday!
    Unfortunately I have discovered to be allergic to incense..
    Durante le funzioni mi piace sentirne l’odore e l’elevazione nei cieli, ma penso che mi ucciderebbe che rimanessi solo con lui in un ambiente piccolo e non arieggiato.
    Ho un dubbio pero’: tutti gli incensi hanno la stessa base resinosa?
    Curiosità: Gli omaniti usano fare abluzioni frequentemente quanto profumarsi?? 🙂

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    • Sunday says: 16/01/2013 at 08:48

      Dear Andre!
      Sei in buona compagnia: anche a me comincia a pizzicare e colare il naso quando aleggia l’incenso. Leggo che incenso e mirra sono due incensi puri ricavati dalla resina cristallizzata della Boswellia sacra e della Commiphora Myrrha, originarie della penisola arabica. Provengono dunque da alberi diversi.
      Riguardo alla seconda, divertente domanda, sì, mi pare siano molto puliti da queste parti! 😉

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  • Davide says: 17/01/2013 at 03:13

    Io ho preso l’abitudine di tenere sempre il tè pronto sulla scrivania, in un vasetto originariamente contenente del caffè solubile; me ne scolerò un paio di litri al giorno.
    Ho purtroppo assorbito la loro maniera di guidare, infatti quando in Italia mi devo trattenere altrimenti verrei considerato un barbaro unno.
    Non sono invece riuscito ad adeguarmi alle chicken feet, all’oloturia e altre prelibatezze locali.

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    • Sunday says: 17/01/2013 at 07:20

      Anch’io in Cina ero diventata tea addicted! Mi avevano colpito i taxisti, pure loro tengono il tè nella borraccia vicino al cambio: sarà per quello che da quelle parti sono sempre un po’ nervosetti? Le zampe di pollo: sai che non sono riuscita ad assaggiarle? Il giorno del mio compleanno abbiamo festeggiato al karaoke (che meriterebbe un articolo a parte), e mi hanno gentilmente offerto le zampe di gallina sottovuoto, ma l’odore non mi aggradava e ho rifiutato di assaggiarle: ma che gusto hanno? Spiegami invece cos’è l’oloturia…

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  • Claudia says: 02/03/2013 at 16:04

    L`abitudine piu` imbarazzante (per noi occidentali) che ho assorbito in Asia ed in Australia (perche` molti compagni di viaggio erano giapponesi) e` stata quella di tirare su col naso anziche` soffiarmelo! hahahah! ci ho messo un po` a smettere quando siamo rientrati in Italia. Tra le usanze piu` sane, invece, quella di camminare piu` lentamente (la classica sciabattata sudest asiatica, col bacino ben rilassato in avanti!), mangiare riso piu` spesso, bere the, usare le spezie in cucina ed usare solo infradito nei mesi estivi. 😀

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    • Sunday says: 04/03/2013 at 17:33

      Eh già, con compagni di viaggio cinesi o giapponesi le cattive abitudini si prendono in fretta, il problema è poi riuscire a liberarsene! Anch’io da quando ho vissuto in Cambogia ho cominciato a sostituire il pane con il riso asiatico bollito (non quello piemontese, che risulterebbe un mattone colloso). La camminata asiatica, eh eh… ho appena fatto una full-immersion in Thailandia e Malesia, dove ogni volta rimango ipnotizzata dalla camminata a piedi in fuori e bacino in avanti degli asiatici: mitica! Peccato che dopo qualche settimana cominci poi anch’io a camminare come un’anatra, trascinando i miei sandali infradito in maniera poco chic, ma che però mi rilassa tantissimo 😀 Ma le ragazze asiatiche come mai non sanno assolutamente camminare con un paio di scarpe dal tacco che sia dai 2 cm in su? Sono troppo simpatiche!

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  • […] vestirà di verde i fondovalle per alcuni mesi, e una nebbia bianca ammantirà le montagne, gli alberi del franchincenso e i dromedari e le loro gobbe alte e […]

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