Cronache, Oman 14

Dishdasha e Mussar: l’Oman è Fashion (e Sexy)

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Se, pensando all’uomo arabo, l’immagine che vi salta alla mente è quella di un signore con barba e baffi infilato in un’anonima tunica bianca, sulla cui testa svetta un copricapo esotico dall’aria sinistra;  se, immaginando la donna araba, l’associate a un chador o un foulard qualunque calato sulla testa (e poverina), venite in Oman e guardatevi intorno.  Osservate. Annusate. E poi  ricredetevi. Sempre che non siate già fuggite col taxista dallo sguardo languido che vi sta scrutando dallo specchietto retrovisore.

Sono seduta in un caffè (veramente è un fast-food), all’entrata del Muttrah Souk, il famoso, pittoresco (per merce e personaggi) bazar di Muscat. Mentre sorseggio il mio succo di lime e foglie di menta pestate – la deliziosa versione analcolica del mojito cubano  –  vedo sfilarmi davanti la gioventù locale. Più dell’80% degli omaniti ha un’età inferiore ai 35 anni: se, come me, coltivate l’insana passione di scrutare orli e tendenze dello street style, questo posto fa per voi.

I giovani, in Oman, non passeggiano: sfilano. Guardate quel gruppetto di giovani che sta camminando a falcate leggere, lo sguardo nascosto dietro occhiali da sole all’ultima moda e un mezzo sorriso da latin lover: hanno fascino, e lo sanno. Testa alta e passo sicuro, la tunica bianca si muove leggera a ogni passo. L’aria è quella fiera dell’uomo nel senso più classico del termine: il capofamiglia. Il patriarca. Anche se questi avrà sì e no dodici anni e sta lanciando il pane ai gabbiani sulla Corniche.

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Dishdasha: così è chiamato l’abito  lungo alle caviglie e senza colletto, sempre ben stirato e senza macchia nonostante la polvere che aleggia nell’aria, che l’uomo omanita indossa con la disinvoltura di un modello di Dolce & Gabbana. Il colore più indossato è il bianco, ma tra i tanti dishdasha color latte spiccano anche quelli color nocciola, blu, lilla o neri. Ieri un mio amico si è presentato con un dishdasha verde acqua, che faceva tanto piscina ma donava alla sua calda carnagione dorata. Sotto il dishdasha, gli omaniti portano un pezzo di stoffa sistemato come un pareo, che funge da capo intimo. Sì, avete letto bene: portano solo quello e nient’altro.

L’ornamento principale del dishdasha non è però il ciondolamento delle parti intime di chi lo indossa, bensì il Furakha, un fiocco di seta cucito lungo la linea del colletto, che spesso viene impregnato di profumo, e lascia scie odorose che vanno ad amalgamarsi ai profumi di franchincenso e mirra che giungono dal souk, e inebriano la testa di noi (donne) occidentali. Comincio a sospettare che i Re Magi non avessero nulla a che fare con quelle statuine gracili e innocenti che ho sistemato per anni  (insieme ai tre cammelli) nel mio adorato presepe dell’infanzia.

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Nessun omanita che si rispetti esce di casa senza copricapo tradizionale, il Kummah, un cappello arricchito da ricami colorati.

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I belli non si fanno fotografare, i simpatici sì: nella foto in basso, un taxista si è lasciato riprendere, non senza avere in cambio il mio numero di telefono: gli omaniti sono restii a farsi fotografare, bisogna pur aguzzare l’ingegno, no? Il problema è stato poi il dover gestire i cinquantasei messaggi che mi ha lasciato sul telefonino, ma questa è un’altra storia (che volete che vi racconti, lo so, va bene, prometto un post dedicato al taxista).  E dunque eccolo qui, in Kummah e col Furakha bene in vista, che profumava quanto mio papà quando lascia la scia prima di una serata danzante. Peccato che fossero le due del pomeriggio, e il nostro non andava a ballare bensì portava viandanti in giro per Muscat.

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Il copricapo formale omanita è però il Mussar, una stoffa di forma quadrata sistemata a turbante, indossato nelle occasioni ufficiali o negli uffici pubblici. L’altro giorno ho accompagnato un’amica alla banca in cui lavora, la Bank Muscat, all’ora d’apertura: da noi  gli impiegati di banca giungono sul posto di lavoro impettiti e seriosi in giacca e cravatta; qui, in dishdasha e turbante. Vi assicuro che è tutta un’altra visione: la cravatta deprime. Il turbante turba. Anche chi lo porta: l’amica omanita mi ha spiegato che i suoi colleghi nel pomeriggio avrebbero voglia di buttare il turbante alle ortiche, tanto è fastidioso se indossato per molte ore.

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Ecco un altro gruppo di amici incedere fiero verso l’entrata del souk: c’è chi porta i capelli corti e chi leggermente lunghi sulla nuca, ma è raro incontrare un uomo in Oman che non abbia almeno un filo di barba: curata in mille modi diversi, sottolinea i tratti del viso come il Kohl gli occhi delle donne. Il risultato è assicurato: l’Oman è fashion. E molto, molto sexy.

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Nella prossima puntata andremo a curiosare nell’armadio delle donne. Ma`a as-salāma! Arrivederci, ma lo scrivo in arabo per darmi delle arie  (in realtà è l’unica parola che sono riuscita a imparare dopo tre settimane in Oman – e l’ho pure copiata da internet).

 

LA BELLEZZA HA UN INDIRIZZO: OMAN

 

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14 Comments

  • Fabio says: 09/01/2013 at 19:39

    “la cravatta deprime. Il turbante turba”

    Carina questa…

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    • Sunday says: 10/01/2013 at 07:41

      Bella eh? E’ che proprio la cravatta non la posso vedere, quel cappio al collo…

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      • carlo says: 03/03/2014 at 15:07

        Sono appena tornato dall’ Oman ci sono stato in vacanza ma solo per pochi giorni, il paesaggio è stupendo …. ma io non faccio testo perché ho un’inclinazione per i paesi medio orientali li adoro. Mi sarebbe piaciuto vivere laggiù. Trovo affascinante vestire come loro. e? vero la tunica bianca ha il suo perché. Ci tornerò in Oman al più presto Muscat la preferisco alla cosmopolita Dubai.
        Un salutone

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        • Sunday Siyabi says: 04/03/2014 at 05:22

          Ciao Carlo! Sono felice ti abbia affascinato l’Oman, e ovviamente anche il dishdasha 🙂 Anch’io preferisco Muscat a Dubai: trovo quest’ultima artificiale e patria del consumismo e del business, deviazioni che in Oman per fortuna non hanno ancora attecchito troppo (grazie anche al nostro grande Sultano).
          Spero di vederti presto da queste parti!

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  • Pattylafiacca says: 10/01/2013 at 11:10

    Ehhhh ma che bello ! Non avevo mai pensato all’Oman in questi termini !… Bellissimo anche il video . L’esempio dei bancari nel mio caso calza a pennello ! Anche io non sopporto i miei colleghi rigidamente incravattati ! Vero che poi posterai altre foto ?!

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    • Sunday says: 10/01/2013 at 12:42

      E chi pensava all’Oman in questi termini, prima di planare in questo mondo di simpatici fashion victim casanova? Le foto in questo blog non verranno mai a mancare, no worries. ps. I rigidamente incravattati non hanno mai attirato la mia fiducia

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  • luciana says: 10/01/2013 at 16:44

    Non parliamo poi del fascino degli omaniti che portano in giro i turisti con i loro fuoristrada ultimo modello. Quello che incanta però sono i loro sguardi, i loro gesti misurati, le loro delicate attenzioni. Non ne siamo più abituate e ci sentiamo improvvisamente “donne”.

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    • Sunday says: 10/01/2013 at 17:46

      Parole sante di un’esperta del mondo arabo e del fascino che questo esercita su chi arriva dall’altro mondo, ignaro di ciò che lo aspetta da queste parti: sguardi, profumi, attenzioni, deserto, mare, dishdasha e chador. O ne sei rapita, o li detesti: non ci sono vie di mezzo, in Oman.

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  • AZ says: 18/01/2013 at 12:33

    Adoro! Benvenuta nel Sultanato. Se vuoi dare un’occhiata agli omaniti/e veramente stilosi, fai un giro a Shatti :).

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    • Sunday says: 18/01/2013 at 12:59

      Ciao!! Già fatto, e sì, sono davvero stylish, ma restii alla fotografia – a meno che non vada in giro con macchina fotografica nascosta nel decolletè 😉

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      • AZ says: 18/01/2013 at 21:32

        Dici? Io non li fotografo mai ma mi pare strano che gli omaniti uomini siano restii a farsi immortalare. Secondo me potresti provare a fotografarli con le loro auto /dopo aver espresso ammirazione per il veicolo), non resisteranno!

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  • Sunday says: 21/01/2013 at 19:54

    Uomini e donne, qui, non sempre acconsentono di farsi fotografare: a meno che non scatti loro foto a tradimento (ma non è rispettoso), non sempre mi hanno dato il permesso di farlo. Hai ragione, non avevo pensato di provare a immortalarli nelle loro auto superlusso! Il problema è che io non amo le auto quindi dovrò fare buon viso a cattivo gioco 🙂 Ok, prossimamente mi dirigerò a Shatti armata di macchina fotografica e complimenti!

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  • […] loro dishdasha sono lindi e ben stirati, e tengono il passo seguendo il ritmo delle gambe di chi li indossa. Li […]

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  • […] vengo accolta prima da un’ondata di vento gelido delle steppe russe, e poi  da un omanita in dishdasha color indaco, con un paio di baffi alla Tom Selleck e la faccia da pistolero, che mi indica a quale […]

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