Cronache, Oman 11

Benvenuta nel Sultanato dell’Oman

Sull’aereo che mi sta portando da Colombo a Muscat sono l’unica occidentale. I miei compagni di viaggio sono tutti indiani o cingalesi (abitanti dello Sri Lanka), e le uniche donne sono una ventina di indonesiane con il capo coperto, che il mio informatore di turno (un cingalese tale Mohamed, in Oman per affari) mi informa si stiano recando in Oman a fare le colf.

Il pilota annuncia che stiamo per atterrare nel Sultanato dell’Oman, dove la temperatura è di 27 gradi. Sono le dieci di sera, guardo oltre il vetro dell’oblò e vedo un intarsio perfetto di strade illuminate e case basse e bianche. Da questa perfezione capisco di essermi lasciata alle spalle l’allegro disordine del Sud-Est Asiatico, e di stare per entrare in un nuovo mondo. Il nuovo me lo ritrovo davanti di lì a poco, quando un affascinante addetto al controllo passaporti mi accoglie in tunica bianca lunga fino ai piedi e un elegante turbante marrone sui capelli nerissimi, dal quale due occhi perforanti mi scrutano dalla testa ai piedi. I suoi occhi scuri non lasciano i miei nè quando osserva i timbri sul mio passaporto (Viaggi molto, eh?) e la mia nazionalità (Italiana! Francesco Totti), nè quando mi chiede perchè sono in Oman, chi mi sta aspettando e dove risiederò durante il mio soggiorno. Infine mi congeda con un sorriso bianchissimo e un ultimo sguardo penetrante, e mi incammino verso il rullo dei bagagli con la sensazione di essere senza vestiti.

La mia amica italiana – guida turistica in Oman – mi sta aspettando all’uscita: dal suo sorriso e una luce particolare negli occhi intuisco subito che è dove dovrebbe essere, fa quello che è nata per fare, e quindi  è serena. Non c’è niente di meglio di una persona felice ad accoglierti all’arrivo in un paese straniero.

Un’aria fresca mi pervade all’uscita dall’aeroporto: dopo mesi di caldo umido sempre oltre i 33 gradi, questa brezza leggera mi provoca la pelle d’oca. La mia amica mi dice di non preoccuparmi: tra un po’ di tempo la temperatura salirà, e quando il termometro toccherà i 45 gradi rimpiangerò quella pelle di pollo che mi ritrovo sulle braccia. Sistemiamo i bagagli sul SUV bianco che utilizza per lavoro e ci avviamo verso la città. E’ buio e sono stanca, e non mi rendo bene conto dove sono atterrata. Ci fermiamo in un locale a mangiare shawarma e bere un succo di mango dolce e delizioso, circondate da uomini in tunica bianca e corpicapo tradizionale, e da indiani. Tanti indiani. E tutti con quello sguardo spogliante. Non vedo una sola donna in giro, ma credo sia perchè siano ormai le undici di sera. Una volta a casa, mi butto sul letto mentre la mia amica mi va venire dei simpatici anelli di Saturno intorno alla testa spiegandomi mille cose da fare, il funzionamento della casa, internet, il bagno, i taxi, chiama questo amico, passa in quest’agenzia, visita la moschea, carica il cellulare: domattina partirà con un gruppo per tre giorni, e io rimarrò, come usa dire mia madre, “alla guardia di Dio”. Qui sarò alla guardia di Allah, e non so se mi devo preoccupare. Non me ne preoccupo: crollo sul cuscino in un sonno senza sogni.

Allahu Akbar Allahu Akbar Allahu Akbar Allahu Akbar Ash-hadu an la ilaha ill Allah Ash-hadu an la ilaha ill Allaaaaah

Apro un occhio: scusate, qualcuno potrebbe dire al Muezzin della moschea che sono le 5.30 e avrei leggermente sonno? Niente da fare: la prima chiamata alla preghiera della giornata è in pieno corso: peccato che tale richiamo non provenga da una sola moschea, bensì dalle decine di moschee nei dintorni, producendo un concerto interessante. Emozionata come lo sono sempre la prima mattina in un paese nuovo, mi alzo e guardo fuori dalla finestra: l’alba mi saluta tra case basse e a merletti, bianche o color zafferano.

Dopo mezz’ora esco sulla terrazza, e questo cielo e questo paesaggio sono le prime cose che vedo, la mia prima impressione di Muscat.

Sono le sette del mattino, e alla scuola elementare ubicata accanto alla casa vedo giungere macchine e SUV, dalle quali scendono donne coperte da tuniche nere e hijab, che tengono per mano bambine in uniforme scolastica e hijab, e bambini con tunichetta bianca lunga fino alle caviglie e copricapo tradizionale omanita. Eccoli nel cortile della scuola.

Inspiro una forte boccata di quell’aria fresca, la mia prima aria araba del mattino: Benvenuta nel Sultanato dell’Oman.

 

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11 Comments

  • marilena says: 16/12/2012 at 13:38

    Elisabetta è molto piacevole leggerti e le foto sono bellissime! Che cielo!
    Fai qualche foto anche dei occhi perforanti!

    Reply
    • Sunday says: 16/12/2012 at 13:53

      Non è facile strappare una foto agli occhi perforanti (senza che strappino loro a te un invito galante), ma prometto di provarci! Fotografare le donne, qui, è invece un’impresa :/

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  • Fabio says: 21/12/2012 at 10:00

    Anch’io da un po’ sento sempre più forte il richiamo del medioriente. Purtroppo però sono attratto da posti meno tranquilli del sultanato dell’Oman: Siria, Libano, Israele/Palestina, Yemen, Iran…
    Dei muezzin invece non sento per nulla la mancanza…quanto li ho maledetti per avermi svegliato più volte prima dell’alba…

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    • Sunday says: 21/12/2012 at 12:04

      Sììì, un commento del mio blogger-mito sul mio sito! 😀 C’erano stati dei problemi con i commenti dopo un aggiornamento, ora è tutto a posto (spero – mai fidarsi del web). Anch’io sono attratta da luoghi meno tranquilli dell’Oman, infatti domattina parto per Tehran…

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      • Fabio says: 21/12/2012 at 15:35

        Ottimo, leggerò con interesse quel che hai da raccontare a proposito…
        Di quella lista però l’Iran è il più tranquillo, per il momento almeno, sperando
        che Israele non faccia scattare un attacco…

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        • Sunday says: 21/12/2012 at 20:43

          Già, speriamo di no. Ora vado a dormire, domani ho la sveglia alle cinque. Che bello partire di nuovo! Spero mi facciano il visto all’arrivo, però. L’Iran è un’incognita.

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  • Fabio says: 21/12/2012 at 10:01

    Toh, ha funzionato…ci avevo già provato altre volte a commentare, ma mi dava sempre degli errori…

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  • alessandra says: 26/12/2012 at 10:27

    molto interessante e molto gradevole da leggere. grazie!

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    • Sunday says: 26/12/2012 at 10:36

      Grazie Alessandra!

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  • […] donna araba, l’associate a un chador o un foulard qualunque calato sulla testa (e poverina), venite in Oman e guardatevi intorno.  Osservate. Annusate. E poi  ricredetevi. Sempre che non siate già fuggite […]

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  • […] mia prima mattina in Oman è iniziata come sapete, con i muezzin che intonavano il richiamo alla preghiera dalle moschee dislocate nel quartiere. Poi mi […]

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